The Lost Child ~ Tra uno scoop e una caccia ai demoni

The Lost Child

Piattaforma: Playstation 4
Software House: Kadokawa Games
Publisher: NIS America
Lingua: Inglese(testi), Inglese e giapponese (audio)
Release: 22 giugno 2018
Note: Disponibile anche su playstation vita e Nintendo Switch
Si ringrazia il publisher per averci fornito una copia review del gioco.

 

Molto spesso la mia attenzione ricade su determinati titoli anche per le motivazioni più semplici. Qualche volta vengo catturato dal character design, mentre in altre occasioni quello che suscita di più il mio interesse è il concept. Nel caso di The Lost Child, RPG dungeon crawler sviluppato da Kadokawa Games e distribuito da NIS America, sono stati entrambi i fattori sopracitati a farmi tenere d’occhio il gioco. Il design dei personaggi mi era subito piaciuto, e le poche informazioni di trama parlavano di un reporter di una rivista specializzata nell’occulto che, suo malgrado, si ritrova coinvolto in uno scontro con creature demoniache. Un incipit che mi lasciava dunque ben sperare in un buon titolo, con una trama coinvolgente e magari un gameplay interessante.
Qualche volta, però, può capitare che le nostre aspettative non vengano soddisfatte.

Il reporter Prescelto

La storia di The Lost Child inizia alla stazione della metropolitana di Shinjuku, a Tokyo, dove il reporter Hayato Ibuki della rivista LOST sta indagando su due casi molto particolari. Il primo riguarda una serie di suicidi di persone che, senza un motivo apparente, si gettano sui binari, mentre il secondo è incentrato su frequenti avvistamenti di una strana donna vestita di viola che si aggira per la città. Mentre è impegnato ad intervistare i passanti, una forza misteriosa spinge Hayato giù dalla banchina proprio mentre sta arrivando un treno a tutta velocità. Per fortuna, viene salvato da una misteriosa ragazza, che gli porge una strana valigia chiusa con delle catene e sparisce subito dopo tra la folla. Hayato decide di tornare in redazione, dove viene avvicinato da una strana donna con un abito viola di nome Lua. Lua riesce ad aprire la misteriosa valigia, rivelandone così il contenuto: una pistola per combattere e catturare i demoni chiamata Gangour. Come se non bastasse, la ragazza rivela di essere un angelo al servizio di Dio, e affida la pistola ad Hayato, dichiarando che lui è l’umano Prescelto, The Chosen One, per contrastare l’avanzata delle creature demoniache nel mondo dei mortali. La ragazza informa poi il reporter di essere sulle tracce di sua sorella Belucia, anche lei un Angelo. In tutto questo, i due dovranno guardarsi anche dagli Angeli Caduti, ovvero angeli che non godono più della benedizione di Dio e sono stati cacciati dal Paradiso.
L’incipit di trama di per sé mi è sembrato decisamente bizzarro, ma in genere cerco sempre di dare priorità al come una storia venga sviluppata, ed è proprio qui che risiede il più grande difetto della trama di The Lost Childla narrazione. Il ritmo narrativo del gioco è piuttosto veloce fin dall’inizio, e  viene mantenuto per tutta la durata della trama, e proprio per questo alcuni dei momenti più importanti della storia vengono quasi privati della loro importanza. Alcuni eventi si svolgono con scene brevissime e affrettate, e proprio per questo possono risultare quasi dimenticabili. La storia del gioco non riesce a rimanere ben impressa a chi gioca, perché momenti sulla carta molto interessanti vengono privati di qualsiasi tensione narrativa. Non appena si inizia a rimanere coinvolti in una scena clou della trama, questa è già finita. Alla narrazione non giova nemmeno il fatto che Hayato, in quanto silent protagonist, non disponga di emozioni o pensieri di alcun tipo riguardo gli eventi di cui lui stesso è protagonista.
Va detto che ci sono comunque dei momenti più coinvolgenti ed emozionanti, e sono quelli dove è protagonista Lua, uno dei personaggi meglio caratterizzati, che arriva a porsi domande sul suo ruolo di Angelo e a chiedersi se schierarsi dalla parte di Dio sia sempre sinonimo di giustizia.

Sicuramente non brilla per originalità, ma Lua è decisamente uno dei personaggi migliori del gioco.

La trama di The Lost Child ha quindi un gran potenziale, che viene però in buona parte sprecato da un gioco che sembra aver fretta di arrivare alla fine, senza mai rallentare il ritmo e, di conseguenza, senza mai riuscire a dare ad alcune scene la giusta importanza.

Il collezionista di demoni

Un altro aspetto che mi ha incuriosito di The Lost Child è senza dubbio il gameplay. Dai primi trailer avevo intravisto subito una formula molto familiare, con esplorazione dei dungeon in prima persona e incontri casuali con sistema di combattimento a turni. Se leggendo queste parole le prime serie che vi vengono in mente sono Etrian Odyssey e Shin Megami Tensei, è proprio perché il gioco prende in prestito meccaniche da entrambe le serie.
Come in Shin Megami Tensei, gli scontri si svolgono in combattimenti a turni, dove l’azione comincia una volta che sono stati impartiti ordini a tutti i membri del party. La squadra è composta da cinque personaggi, ovvero Hayato, Lua, membri fissi, e tre astrali. Gli astrali funzionano esattamente come i demoni della serie Atlus, ovvero sono nemici che vanno prima catturati e poi schierati tra le proprie fila. Quello che cambia è come arruolarli, in quanto non vanno convinti tramite contrattazioni, ma vanno prima indeboliti e poi catturati utilizzando un’abilità speciale della Gangour chiamata Astral Burst.
Una volta catturati, gli astrali possono essere schierati in party, mentre quelli in eccesso possono essere messi in riserva, pronti ad essere evocati in qualunque momento.

La fila in alto rappresenta il party principale, mentre gli astrali in basso sono quelli in riserva.

Il tutto è molto semplice, ed è forse proprio per questo che il sistema di combattimento risulta funzionale e divertente. Catturare, potenziare e scambiare astrali è appagante, e non nego che questa meccanica mi ha più volte invogliato a provare diversi tipi di party, da quelli incentrati sull’attacco ad altri dove si fornisce prevalentemente supporto ad Hayato e Lua, ripristinando i loro punti vita o semplicemente aumentando loro attacco e difesa.
È quindi un combat system che non pesa, e che sono sicuro i fan di Shin Megami Tensei potranno apprezzare.

È possibile anche combinare vari astrali mentre si esegue un Astral Burst, e questo permette di scatenare colpi sempre diversi, ognuno con caratteristiche ed effetti specifici.

Purtroppo, anche nell’ambito della giocabilità The Lost Child dà l’impressione di essere stato realizzato in modo approssimativo, specialmente per quanto riguarda la componente esplorativa.
Trattandosi di un dungeon crawler, sapevo benissimo a cosa andavo incontro, ma la cosa non mi preoccupava minimamente, anche perché in passato ho giocato ad altri titoli dello stesso genere. Come accennato prima, l’esplorazione dei dungeon avviene in prima persona, e per poter finire un labirinto dobbiamo risolvere gli indovinelli e i trabocchetti di ogni singolo piano, per poi arrivare in fondo, sconfiggere il boss di turno e poter finalmente uscire. Anche qui, il problema non  risiede nella formula, ma in come questa viene realizzata. La prima cosa che si nota già dal primo dungeon è un level design  piatto e privo d’inventiva. Sono quasi tutti identici e a tratti ripetitivi, tanto che è impossibile  attraversarne uno da cima a fondo senza provare un senso di incompiutezza. I labirinti sono infatti per lo più vuoti, al massimo si può trovare qualche cassa ogni tanto, e in certi casi ho perso il conto di quante volte mi sono ritrovato in un passaggio che portava in una stanza completamente vuota.
So bene che nei dungeon crawler è normale ritrovarsi in un vicolo cieco di tanto in tanto, ma fidatevi che in The Lost Child succede troppo spesso. Per farvi un esempio, in un labirinto si deve far drenare l’acqua per poter sbloccare due passaggi e proseguire. Una delle due nuove strade sbloccate, porta ad una stanza completamente vuote, senza una cassa da aprire o un interruttore da attivare.
Quel è peggio è che, man mano che si prosegue nella storia, i labirinti diventano sempre più grandi, inziando prima con due piani, per poi passare a tre e arrivare addirittura a quattro, e già superata la prima metà di gioco l’esplorazione dei dungeon inizia a diventare piuttosto pesante.

Un gioco nato per portatile

A livello tecnico, è evidente come il gioco sia un titolo nato per girare su console portatili. Non vi è una vera e propria grafica di gioco, dato che la maggior parte degli eventi sono narrati in stile visual novel, mentre i momenti più importanti della trama vengono raccontati tramite scene animate. Di modelli 3D ne vengono utilizzati solo per realizzare i dungeon. Per questo, ritengo una PlayStation 4 piuttosto superflua per giocare un titolo simile, che si presta molto di più per PlayStation Vita e Nintendo Switch.
Per quanto riguarda il comparto sonoro, non c’è molto da dire. Tutti le tracce del gioco sono molto semplici e realizzate tramite sintetizzatore, ma nonostante tutto sono molto orecchiabili e in alcuni casi si adattano perfettamente alla situazione che si sta vivendo, specialmente il tema degli scontri con i boss.

Conclusione

Per finire  com’è The Lost Child? La prima risposta che mi viene in mente è senza dubbio una grande occasione mancata. Di potenziale per realizzare un titolo con una storia interessante e un gameplay ben studiato e divertente ce n’è e tanto, ma viene quasi tutto sprecato, e il risultato è un gioco con una storia sulla carta interessante, ma che non riesce a rimanere impressa a causa di un ritmo narrativo decisamente troppo veloce. Il gameplay si mostra molto divertente per quanto riguarda il sistema di combattimento, ma la componente esplorativa è pesante e ripetitiva.
Sono sicuro che parte di questa pesantezza che ho provato derivi anche dall’averlo giocato su PlayStation 4, ed è proprio per questo che consiglio a tutti gli appassionati di dungeon crawler di provarlo su console portatile, dove sono sicuro risulterà molto più pratico da giocare.

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Founder & Admin

Ragazzo di 26 anni, di cui 21 passati sui videogiochi. Ho iniziato la mia carriera videoludica con Nintendo e Super Mario, ma crescendo mi sono spostato su altre piattaforme, dove ho scoperto serie come Persona, Metal Gear e Trails, che sono tutt’ora le mie serie preferite. Il mio primissimo RPG è stato Secret of Mana!

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